Chi dipinge si espone sempre: foss’anche con un niente. Qui l’artista, in una folgorazione di smarrimento surrealista, ha ritratto la propria allieva cogliendola nell’attimo in cui i suoi pensieri affogano in una tela bianca.
Del resto, l’arte non appartiene alla visione, non dà all’occhio dei guardoni.
La sala della pittura
Come dell’artista vi è stato detto tutto, così vi diremo tutto anche delle sue esposizioni.
In breve, l’artista ha vissuto (“vissuto”, come si usa dire, ma mentre c’era non si accorgeva di esserci: viveva direttamente, senza bisogno di viversi) differenti periodi, e in alcuni momenti e in certi dipinti si è esposto di più, in altri meno. Ma, sia più o sia meno, si è esposto sempre, si espone ciascuna volta in cui dipinge.
Persino la sua allieva, quando per pavidità aveva cercato di cavarsela seguendo il maestro, ha finito di fatto per esporsi lasciando che il suo caso diventasse materia d’arte e di studio.
Questo è quanto di essenziale c’era da dire sull’esporsi. Dove avvenga non ha molta importanza: che sia a Milano, a Roma, a Bologna, a Bergamo o in altre città d’Italia. All’estero, in Virginia o in Sudafrica, o anche sull’internet, ora. Luogo che la gente passa, si ferma, ascolta, domanda, a volte acquista.
Il luogo è sempre la bottega. Il luogo, la stanza, la sala che esistono soltanto, non importa dove, in virtù della pittura e del suo tempo. La sala della pittura dunque, dove in solitudine il pittore colora quel che di prezioso della vita intende.